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lunedì, 05 dicembre 2005
Dagli al comunicatore!

In tre lustri buoni di vita, le lauree in Scienze della Comunicazione non sono mai riuscite a conquistarsi un valore reale sul mercato del lavoro, al di là delle nicchie più o meno protette. Tuttavia, hanno rappresentato e rappresentano un importante luogo di studio e di riflessione su uno dei soggetti centrali della nostra epoca: quei media che in Italia, a livello accademico, non venivano mai trattati con la giusta attenzione, finendo per condannare il nostro Paese ad un ruolo marginale nel dibattito mondiale sul tema.
Detto questo, la proposta di Linda Lanzillotta su una sovrattassa per chi si iscrive alle facoltà di comunicazione può essere condivisibile: l’Italia ha bisogno di tecnici e ricercatori che escano da facoltà scientifiche. Ma allora perché non estendere la sovrattassa a tutte le facoltà umanistiche? Forse Lettere, Scienze Politiche, e Filosofia producono meno disoccupati di Scienze della Comunicazione?
Secondo le voci, Lanzillotta si è autocandidata al dicastero dell’Innovazione tecnologica, che secondo autorevoli esponenti dei Ds sarà cassato con il prossimo governo Prodi. Se la titolare di un ministero modernizzatore per natura vuole adottare provvedimenti punitivi verso chi vuole studiare McLuhan, ma non verso chi studia Dante o Hegel, la contraddizione è spiegabile soltanto con la condizione di late comer di Scienze della Comunicazione, lo scarso prestigio di cui gode (in parte motivato, col 3x2), e quindi l’assenza di baronie di lunga durata e grande influenza che possano mettere in piedi una protesta capace di far rientrare i propositi di riforma.
Più che rinnovamento, è la solita realpolitik che si reincarna, insieme all’illusione di poter fare comunicazione con le pandette e l’anacoluto. Infine Lanzillotta invoca un numero chiuso che già esiste in moltissime facoltà della comunicazione, anche se non a Roma; ma del resto, quando sei di stanza nella capitale, mettere un po’ il capo fuori è così noioso che non lo fa quasi nessuno.

postato da: lambdasond alle ore 17:27 | link | commenti (5) |

Commenti
#1    05 Dicembre 2005 - 18:04
 
Da notare che il corso di laurea nacque a numero chiuso e fino al '98 si limitava ad essere presente in 6 atenei (Bologna, Salerno, Roma, Torino, Siena, Trieste) per un totale di 1000 studenti o poco più.

Furono gli stessi aspiranti segati comunicatori (ovvero quelli a cui non fregava niente della materia) che misero a soqquadro la capitale per eliminare il numero chiuso, dal canto loro gli atenei fiutarono l'affare aprendo a destra e a manca corsi e facoltà.

A ciò si aggiunga la riforma che ha finito per svalutare anche chi si era laureato col vecchio ordinamento (percorso formativo di 5 anni, 98% di studenti in corso).

Conseguenza, gente che aveva programmato la laurea con tali presupposti si è trovata completamente fregata.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Mohole

#2    05 Dicembre 2005 - 18:27
 
Dopo la caduta del numero chiuso a Roma, aprì Perugia (ad ingresso libero), e poi a raffica in un sacco di atenei. La pletora di offerte dell'Università di Firenze, per dire, ha fatto crollare le domande per Siena, dove Sdc è ancora trattata con una parvenza di serietà, e perfino i figli del 3x2 (non io, che sono l'ultimo superstite del vecchio ordinamento) riescono ad imparare qualcosa. In breve: cattiva gestione del fenomeno, effetti perversi delle riforme, soluzioni lanzillottiane altrettanto perverse.
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#3    05 Dicembre 2005 - 21:08
 
Da studente di Scienze della Comunicazione, non posso che essere sconcertato. Potrebbero, invece, far qualcosa per rendere queste università un po' più serie e selettive (il numero chiuso qua a genova è ridicolo).

Non c'è bisogno di comunicatori? Non c'è bisogno, semmai, di comunicatori incapaci.
In Italia siamo proprio indietro in questo campo, non abbiamo gente che sappia trasmettere messaggi, e la comunicazione istituzionale notrana lo dimostra bene.

Bah, non ho parole.
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#4    06 Dicembre 2005 - 00:49
 
Chissà che facoltà ha fatto la Lanzillotto...

Comunque credo che lo strumento migliore per "spingere" studi scentifici non sia certo una tassa su quelli umanistici.

Innanzitutto se io faccio schifo in matematica e voglio fare scienze della comunicazione (perché della mia vita si tratta) non vedo perché dovrei essere tassato.

Piuttosto perché non fare un massiccio battage pubblicitario mostrando quali carriere si possono fare con le lauree scientifiche e quanti bei soldi si possono guadagnare... così qualcuno magari si invoglia.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente DomizianoGalia

#5    06 Dicembre 2005 - 19:10
 
Per lavorare nella comunicazione, bisogna avere un qualcosa da comunicare, sia esso un prodotto industriale, un servizio, un bene, un diritto. Quattro oggetti che, se comunichiamo tutti ma tutti tutti, (bravi e non), non (r)esisteranno a lungo.
In pratica, il mercato sta generando la forza operaia del click del pulsante destro qui in Italia, invece che importarla: molti laureati = bassa paga; rinchiuderanno i comunicatori nei loro box 1x1 metri e via, verso il futuro.

domizianogalia:se davvero dovessero fare il battage pubblicitario sulle scientifiche, mandandoli in tv come le foto di repubblica lavoro, giuro che uccido qualcuno :
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Kekule

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